Investor Day. La rivincita degli Hipster?

Potreste trovarvi, in un grigissimo sabato milanese di novembre, nella sede di Azimut “la più grande realtà finanziaria indipendente nel mercato italiano” (cito). Potreste pensare due cose: o di passare il sabato in modo migliore (non vi dice niente la parola shopping?) o di farvi attirare da una vela che pubblicizza un investor day, per di più tutto puntato sulle startup digitali.
Potreste entrare e ritrovarvi in una stanza tutta bianca piena di gente attentissima ad ascoltare un personaggio che, di media, indossano occhiali giganti e spesso non sono abituati a parlare in pubblico.
Di solito infatti fanno cose molto più utili: ad esempio, studi di fattibilità e analisi di mercato per capire di cosa hanno bisogno gli utenti senza ancora saperlo, capire cosa non è ancora stato inventato e realizzarlo, precedere i desideri dei clienti. Ovviamente non ve lo diranno.
Sapete cosa faranno? Vi racconteranno la loro storia: non come pensano di monetizzare, ma le meraviglie delle loro app. Ovviamente io ho i miei preferiti: a me una cosa come RiparAutOnline fa venire le lacrime agli occhi. L’idea che qualcuno mi presenti la lista dei possibili preventivi per la macchina a cui, conoscendomi, potrei aver fatto qualsiasi cosa. Soprattutto se l’avvocato del diavolo – scusate, il possibile investitore – costringe l’ideatore a puntualizzare che non c’è bisogno di nessuna competenza meccanica per richiedere il preventivo. La divisione è semplicemente tra danni alla carrozzeria e meccanica, comprensibile anche da me.
Le Start Up presentate erano più di 30: questa è una delle mie preferite, ma le loro storie sono tutte da scoprire.

La cucina color melograno

Ovvero scusate, ma sto imparando a non fare spoil

Black

Ci sono alcuni desideri che crescono senza un perché preciso, o almeno non chiaro. Spesso è difficile ricostruire l’origine di un desiderio, e il mio caso non fa eccezione.

Una cosa di cui parlo poco, ma che vorrei molto, è fare un viaggio in Iran. Non so davvero in quale punto della mia vita sia nato quest’interesse: forse nel leggere il memoriale di Marina Nemat Prigioniera di Tehran  o quando, a una serata di proiezioni di cortometraggi dell’associazione culturale Last, quando ho conosciuto Mreza e Sepid, due giovani sposi e artisti iraniani che sostenevano  esistessero grandi affinità tra i nostri popoli. Fatto sta che quando un paio di anni fa mi sono davanti a questo libro non ho resistito alla sua quarta di copertina (e neanche davanti alla sua copertina).

Ho fatto bene a cedere: Il cielo color melograno è una storia delicata ma anche incisiva nel suo realismo. Il cielo color melograno racconta la difficoltà di vivere in Iran per tre diverse generazioni di donne, la cui viva voce non solo ci raggiunge dal passato, ma vive insieme a noi il presente.

Se siamo inizialmente coinvolti dalle vicende amorose e umane della giovane Layla, che è costretta a ribellarsi alle regole e alle leggi del suo paese da un cuore troppo innamorato, saremo costretti ad abbandonare la mera immedesimazione amorosa per immergerci nella fatica per il genere femminile di essere protagonista del proprio paese, dagli anni 70 ad oggi. Scopriremo presto che, come Layla, sono state o sono costrette a ribellarsi altre donne della sua famiglia, sempre oppresse da un potere che imprigionava i desideri, le speranze e i bisogni dei loro uomini e delle loro famiglie per cui loro spesso si sacrificano, fino ad abbandonare il Paese tanto amato.

Ma tutto questo lo scopriamo insieme a Layla, che si ribella anche perché la sua famiglia nasconde un segreto che coinvolgerà la vita di tutte le ragazze che la compongono, e ricostruire i pezzi vorrà dire scegliere.

Autrice: Louise Soraya Black

Editore: 66and2nd

 

Precariato, o dei drammi di non avere un lavoro

Ciò che odio

–          Dare fondo ai risparmi di quando avevo un lavoro. Per inciso, mi lamentavo spesso del fatto che mi portava via molto tempo (che era sottratto a leggere e funzionare come funzionavano i social network, visti dagli ex datori di lavoro come l’anticamera dell’inferno).

–          Conseguenze (forse sarebbero due sottopunti, non so, qua si va di getto): non poter aiutare chi  mi sta attorno (leggi famiglia, fidanzato) e rischiare di essere di peso

–          L’essere costretta a considerarmi choosy se non corro al Simply davanti a casa a pregare in ginocchio se mi fanno lavorare (pura questione di darsi delle priorità: il lavoro mi manca da 20 giorni circa, diciamo che la ricerca si amplia col tempo. Ma certo il Simply non è fuori discussione.

–          Scoprire che una formazione professionalizzante davvero professionalizzante, di qualità continuativa, non è accessibile. Per problemi economici (si aspettano – con gioia – smentite).

Ciò che odio veramente

Non poter comprare i libri che vorrei leggere. In special modo nuovi , cioè inaccessibili per via bibliotecaria. Nello specifico, muoio dalla voglia di

–          Intellettuali del piffero, voglio proprio vedere com’è quest’annunciata rivelazione di tutti i mali che hanno afflitto la cultura italiana negli ultimi 20 anni.

–          Qualsiasi cosa di Alice Munro (sono imbarazzante: i libri sono il mio primo amore e pane quotidiano e non ho mai letto niente del prossimo Nobel. Ho cercato di chiedere un consiglio cinguettante a Einaudi Editore ma la ho presa troppo alla larga, credevano cercassi un consiglio per un amico).

Ancora peggio, odio non poter leggere libri che mi spieghino il grande mondo dei Social Media, nuovo grande amore (ma è possibile che stiano solo cercando di vendermi un sogno), che iniziano a farmi sospettare che la strategia educativa di mia madre (Spegni quel computer e vai a fare la versione di greco) fosse tragicamente miope a livello lavorativo.

Nello specifico (ma desidererei ampliare la mia minuscola bibliografia) vorrei per lo meno:

–          Le nuove professioni del web

–          Working on web. Giornalisti e comunicatori (come non si inventa una professione).

In particolare del secondo libro mi affascina l’idea che qualcuno sciolga il nodo di formarsi a una professione che è condannata a un aggiornamento – e invecchiamento – istantaneo.

Cose che imparo ad apprezzare grazie a questa condizione:

–          L’andare a corsi di formazione

–          Il conoscere nuove persone

–          Il fare colloqui (palestra antiansia)

Detto questo, dato che dovrei essere in buona compagnia, pare, nella ricerca lavorativa, apro ufficialmente il contest  sulle fatiche del precariato. Unica regola: concludere con almeno uno spiraglio di positività elencando le cose che impariamo ad apprezzare (lo so, mi devo forzare anche io, ma possiamo farcela)

Considerazioni sull’attesa, o andiamo al cinema?

Quanto si può aspettare qualcosa? Ci sono persone che aspettano l’amore una vita intera, no? Io un lavoro l’aspetto da una settimana e mi sembra un’eternità. Ma la pazienza è la virtù dei forti, pare, e forse così ci siamo giocati intere generazioni intente ad aspettare qualcosa che non verrà.

Però, mentre noi aspettiamo, ognuno quel che gli pare, chi un lavoro, chi un governo, chi un pescatore che lo salvi dall’annegamento, qualcosa può succedere. Di solito non è quel che ci aspettiamo. Ad esempio, io aspetto evidentemente un lavoro, sono tutta concentrata su quello, autopromozione, marketing di me stessa, riesumazione di indirizzi email dagli anfratti più reconditi di ogni sito web, eccolo. Esce al cinema Il paradiso degli orchi. Ora, non so se si nota dall’epigrafe, ma qualcuno si rende conto di quanto io ami Daniel Pennac? Ok, al di là di questo particolare, diciamo dettaglio, quasi del tutto inutile. Avete in mente quanto sia amato in Italia Daniel Pennac? Quanto nella sua Belleville il milanese veda la sua via Padova? Quanto nella sua famiglia “atipica” gli italiani vedano le loro, non sempre così atipiche ma spesso tendenti all’inclusione di elementi del tutto satellitari (cugini, compagni di scuola, manovali, postini, passanti) nella vita familiare? Insomma, qua c’è gente, tra cui mio cugino, che aspetta da 22 anni che esca al cinema (sempre che non ne avessero scoperto prima l’esistenza grazie all’edizione francese). Io, facendo un rapido calcolo sull’età che avevo in cui mi avvicinai alla saga, lo aspetto più o meno da 15 anni. Non è poco, il mio moroso lo ho aspettato tre mesi mentre era via per lavoro e mi sembrava di soffocare…  Beh, cosa potevo fare?  È stato il suddetto cugino – questo è vero, non come quello di Elio – ad annunciarmi che sarebbe uscito al cinema Il paradiso degli orchi. Ma solo DOPO avermelo detto ha aggiunto lo scottante particolare che era inutile precipitarmi sulla porta, dato che sarebbe uscito il 14 novembre. Dietrofront, mi tolgo la giacca e torno sul divano. Cosa potevo fare? Una giovane precaria appena disillusa per l’ennesima volta?

Mi sono rituffata nella saga. Per l’ennesima volta, sono ripartita da capo: di nuovo Il paradiso degli orchi, anzitutto (stavolta nell’ordine giusto: il mio ordine mentale è quello da ragazzina, cioè completamente casuale, dato che avevo trovato La fata Carabina nella libreria di mia madre, seguito da La prosivendola, poi avevo rubato a una mia amica Signor Malaussène e alla fine ero arrivata a Il paradiso degli Orchi. La Passione secondo Therese e Ultime notizie dalla famiglia, almeno loro, erano nell’ordine giusto). Ho dondolato i piedi dal letto insieme a tutti i bimbi della famiglia  Malaussène, ho ascoltato tutte le storie del vecchio Thian, mi sono chiesta chi è stato a riempire di vita sua figlia Gervaise (solo i veri rilettori di libri hanno la capacità di dimenticare all’istante quel che già sanno per potersi stupire di nuovo), ho gioito di ogni nuovo nome assegnato da Jeremy il battista, come lo chiamano i suoi vicini di casa, ho pianto per la morte dello zio Stojil.

La trama del libro (e del film? Sarà la stessa?) a me parve, alla prima lettura, geniale (e tutt’ora stimo molto Pennac anche solo per quest’ “architettura”. Benjamin  Malaussène è un uomo dal mestiere particolare: il capro espiatorio per i Grandi Magazzini. Il suo ruolo è ampiamente spiegato nel libro: laddove la produzione si moltiplica all’inverosimile, la responsabilità per il malfunzionamento del prodotto diventa ingestibile. Per questo esiste il ruolo di capro espiatorio, che assume su di sé ogni colpa e tenta l’allontanamento dei clienti dal Reparto reclami suscitando pietà. Oltre al mestiere non esattamente gratificante, Benjamin gestisce la tribù dei fratelli, nati da padri diversi ma certo dalla stessa madre, la “vergine perpetua” che ha dato origine alla progenie. Che non è da poco: Benjamin è il maggiore di una famiglia fatta da Louna (infermiera apparentemente destinata all’infelicità amorosa), Clara (che fotografa il mondo per comprenderlo), Therese (che ha fatto della divinazione la propria ragione di vita), Jeremy, (il tredicenne più propenso a seguire l’esplosione delle sue idee che le regole), e il Piccolo ( un delizioso bambino con gli occhiali rosa i cui incubi sono popolati da orchi natalizi che ingurgitano bambini). Fortunatamente sulla tribù genetica di  Malaussène regna quella locale dei Ben Tayeb, i vecchi amici di Belville grazie a cui la famiglia è sempre protetta, nonché Thèo, il collega ai Grandi Magazzini che ha preso sotto la sua ala tutti i vecchietti della zona. Non appena vi sarete piacevolmente adagiati tra i personaggi, quasi pronti a condividere il pranzo con loro, vi troverete coinvolti in un tremendo caso di cronaca nera, sospesi tra esplosioni durante lo shopping natalizio e misteri non ancora risolti risalenti a più di cinquanta anni fa.

Non sappiamo se ci piacerà il film. Se amiamo molto i libri, pur disdegnando ogni preconcetto, sappiamo che il rischio – delusione è molto alto. È consolante che Daniel Pennac sia stato il primo ad essere entusiasta delfilm, o per lo meno queste sono state le sue parole a Pordenonelegge: “ha la stessa energia e la stessa ritmica del mio libro”.

Se volete stuzzicarvi l’appetito, potete farlo guardandovi  il trailer. Ovviamente il rischio è che vi passi completamente la voglia di vedere il film, oppure che non riusciate più a far nulla che non sia aspettare il film, e questo è un bel problema. In ogni caso, la possibilità è qui. Se volete fare un giro per le vie di Benjamin, nell’attesa, dite grazie a un tal Bernard.

A presto, se non altro per commentare (finalmente) le immagini del Paradiso degli Orchi. 

L’inedito di Hemingway

Non fatevi imbrogliare dai recensori e neanche da chi scrive le quarte di copertina: Mark Trace non ha aspirazioni (neanche quella di diventare scrittore), ma solo passioni. In particolare, una lo perseguita da tutta la vita ed è la letteratura. Un’altra è una donna, che si rivelerà amante molto meno fedele.

L’aspirazione di Mark Trace non è scrivere libri, né tantomento scrivere dei perfetti “falsi”, cosa che si ritroverà a fare, ma è stare il più possibile a contatto con la letteratura, entrare in un rapporto quasi fisico coi libri, suoi unici amanti.

Ma partiamo dall’inizio. Nella grande aneddotica della letteratura, è nota la storia del manoscritto perduto di Hemingway. Pare che la moglie si fosse recata in una stazione con del materiale inedito destinato alla pubblicazione, ma che la valigia le fu rubata. Chiunque quindi potrebbe avere in soffitta o in cantina i datiloscritti del Premio Pulitzer più famoso della storia.

Mark ha un talento, ed è lo stile: o meglio, la capacità di imitare la scrittura dei maggiori autori che legge, da Dickens a Green ad – appunto – Hemingway. Ed è grazie a questa capacità che si ritrova coinvolto in un “intrigo letterario”, dato che le sue imitazioni vengono scambiate per gli originali non solo di Hemingway ma anche di altri autori.

Il “talento” di Mark arriva a costituire l’ossatura del libro, passa da maledizione a possibilità di riscatto per le persone a cui vuole bene ma ritorna poi a dimostrarsi una dannazione, dato che gli impedisce di scrivere qualcosa che sia veramente “suo”.

Tutti i giovani squattrinati che amano la letteratura e vorrebbero che essa componesse anche l’aria che respirano dovrebbero leggere questo libro; ancora di più tutti quelli che vorrebbero fare della letteratura un lavoro.

L’unico lavoro che vuole fare Mark è passare la sua vita in mezzo a libri, e passa da una libreria – grande magazzino all’archivio della Little Press Review, strampalata rivista letteraria tenuta in piedi da un vecchio poeta che odia a scendere a compromessi ma non si fa scrupoli se da salvare c’è la bellezza di un libro.

Non voglio rovinare la sorpresa a nessun amante della lettura, ma ribadisco il consiglio: leggete questa “piccola chicca”, immergetevi in un “romanzo di formazione” di chi condivide evidentemente questo amore. Perché nonostante tutto ciò che capita a Mark, tutti vorremmo vivere un’avventura come la sua. 

 

 

Autore: David Belbin

Isbn Edizioni, Milano

Prezzo : € 15

ISBN: 9788876381744

La migliore offerta – Attenzione: Spoil

La migliore offerta – Attenzione: Spoil[1]

Scena: cineforum in una centralissima sala della Milano bene.  Nonostante la centralità, permette di vedere i film della stagione appena passata al contributo di tre euro. Motivo per cui, in mezzo agli sciuri in impermeabile che dall’attico in San Babila arrivano a piedi, arrivano anche due giovani precari locati in zone molto differenti, ma che non erano ancora riusciti a vedere il suddetto film.

Questa premessa è per me necessaria, dato che senza il dibattito post film iniziato dagli sciuri, non sarei riuscita a fissare bene quanto ho deciso di scrivere a proposito del film di Tornatore: non perché io ritengo i miei pensieri degni di nota, ma per festeggiare il mancato attacco di narcolessia di solito immancabile quando guardo un film subito dopo il lavoro seduta in posti particolarmente comodi.

La trama de La migliore offerta – di cui Tornatore è, oltre che ottimo regista, sceneggiatore – è di per sé affascinante. Un celebre banditore d’aste, Virgil Oldman, ha raggiunto l’apice del successo grazie all’inestimabile capacità di riconoscere il valore delle opere d’arte. Ha il vizietto, chiama molo in modo affettuoso, di accaparrarsi le opere migliori a prezzi ridicoli, convincendo il resto del mondo che siano dei falsi, o mandando in missione l’amico Bill alle aste da lui stesso bandite.

Lo scenario, diciamolo, è affascinante: lo stesso Oldman non ha solo questa tendenza all’imbroglio, ma anche l’ossessione per i ritratti femminili, ma anche l’incapacità di fissare una donna “reale” negli occhi. Nel mare parzialmente tranquillo della sua vita arriva Claire, ereditiera di una villa ricca di tesori antiquari da fargli valutare. Il rapporto con la ragazza lo coinvolge completamente dato che lei è un mistero: lei soffre infatti di agorafobia e vive nascosta in una stanza della villa. L’ossessione del vecchio Oldman si concentra allora tutta finalmente su una donna vera, di cui però non può vedere il volto, combattendo per tirarla fuori dalla sua prigione. In parallelo nasce un’altra ossessione, quella di ricostruire l’automa di Vaucanson risalente XVIII secolo, i cui pezzi sono seminati nella villa di Claire. A partecipare alla ricostruzione è Robert, giovane artigiano che inizia a dargli anche consigli a proposito della relazione con la giovane proprietaria della casa. Sì, relazione, perché Claire, grazie alle attenzioni di Virgil, inizia a riemergere da quella prigione e si svela, fino a raggiungere la “guarigione” completa: inizia col vecchio banditore d’aste una storia d’amore e si trasferisce addirittura a vivere con lui.

L’amore può, quindi, aggiustare due vite mal funzionanti? Ognuno può uscire dalla propria prigione faticosamente costruita fino a rinascere nelle braccia dell’altro?

No. O perlomeno, non di questo parla il film. Virgil Oldman, infatti, viene derubato di tutti i suoi averi: tutti i quadri faticosamente ottenuti imbrogliando vengono portati via. Al loro posto, solo l’automa di Vaucanson, completamente ricostruito che ripete la frase chiave del film: in ogni falso si nasconde qualcosa di autentico. A essere coinvolti sono l’amico di sempre Billy (che “firma” il furto con un quadro che era presente nella villa, Claire e lo stesso Robert che ha ricostruito l’automa).

Ora, stiamo molto attenti perché il film sembra finito, ma Tornatore ha i suoi buoni motivi per farci stare seduti un’altra ventina di minuti. Si susseguono infatti spezzoni “a incastro” (ho fatto l’esame di teoria e analisi del linguaggio cinematografico, ma troppo tempo fa) di due avvenimenti: Virgil Oldman in una clinica, presumibilmente vicino alla pazzia, affidato alle cure dei suoi assistenti. Viene anche mostrato però un suo viaggio a Praga, dove si reca in un ristorante di cui gli aveva parlato Claire, il Night&day. Lì si siede affermando di aspettare qualcuno, e così finisce il film.

Ora, l’importanza di vedere questo film insieme agli sciuri del cineforum è fondamentale. Perché questo è il classico film di cui si può parlare per ore. Ma io mi vergogno a esercitare l’ermeneutica in mezzo ai milanesoni, quindi mi sfogo sul blog che dovrebbe parlare di tutt’altro. Dunque, ecco le questioni emerse nel dibattito a età media 75:

a)      Oldman va a Praga prima o dopo il momento di follia in clinica? Ora, secondo me non c’era neanche da discuterne. Oldman va a Praga prima di impazzire, non è che guarisce dalla pazzia e va a Praga per sinsegare e ritornare sull’evento. A dimostrazione di ciò, passiamo al secondo punto della discussione:

b)      Perché Oldman impazzisce? Non perché gli hanno rubato i soldi e i risultati degli sforzi di una vita, ovviamente: non sarebbe un film, e non di Tornatore. Un signore che assomigliava incredibilmente al tenente Sheridan – ma credo fosse colpa del suo impermeabile – sosteneva questo: Oldman impazzisce lì, a Praga, del tutto, perché ha perso l’unico amore della vita, inestimabile, che nessuno gli darà indietro, perché le uniche persone cui aveva aperto il suo cuore gli hanno tirato – diciamolo – una grandissima fregatura. Ovviamente questa interpretazione inizia a piacerci. Ma non tiene conto, a mio modestissimo parere, dell’ambientazione del film nel delicato mondo dell’arte e delle apparenze. Infatti ritengo che la frase, pur dolciastra e sdolcinata, “in ogni falso si nasconde qualcosa di autentico”, sia fondamentale per l’interpretazione della parte finale del film: Virgil Oldman perde completamente la ragione e se stesso in quel locale di Praga, perché perde la propria consistenza, la propria capacità di saper distinguere il vero del falso che ha fatto sì che diventasse ricco, famoso e bravissimo nel proprio lavoro. Virgil Oldman va a Praga nel ristorante di cui Claire gli ha parlato, descrivendolo in tutti i suoi dettagli, sperando che il ristorante non esista, che perlomeno il nome non sia quello, che per lo meno il nome sia diverso: Claire è una bugiarda, e quindi quel ristorante non dovrebbe nemmeno esistere. Ma c’è. Ed è come lei lo descriveva. Fino a dove, allora, stava la verità delle sue parole? Nei ti amo sussurrati c’era allora una parte di verità? Questo Oldman non lo potrà mai sapere, e per questo si abbandona al suo destino di uomo depredato di tutto, della propria ragione, di qualsiasi cosa abbia mai amato e della propria essenza stessa.

 

Ecco quindi ciò che tanto ho amato di questo film. Ovviamente sono molta aperta e interessata ad altre interpretazioni, soprattutto se qualcuno della fazione opposta mi spiegasse perché si può pensare che Oldman impazzisca prima di andare a Praga mi farebbe un grosso favore. Aiutate una precaria in difficoltà!

 


[1] Esatto, questa non è una recensione. Dico spudoratamente come va a finire, non resisto. Se cercate di capire se andare a vedere o meno questo film, non leggete (ora). E siete ancora più in ritardo di me!

Piacere, io sono Gauss

Un bambino che dice solo la verità, una sorella ammalata di adolescenza, una nonna che sostituisce l’acqua santa di Lourdes con la grappa, una mamma troppo giovane e sfuggente. Forse non vorreste avere i componenti di questa strana famiglia come vicini di casa, ma state pronti alle sorprese…

Spezziamo pure il (breve) filo rosso delle novità editoriali: a volte è meglio parlare di cose meno recenti, ma più belle. Io ad esempio preferisco parlare di un vestito bellissimo che ho comprato da tre mesi piuttosto che del lavoro che non trovo proprio ora. Quindi anche se ci spingiamo addietro, per ora solo nei mesi, non scandalizziamoci: il nostro fil rouge, ricordiamo, è l’interesse.

Ad esempio, a me Gauss interessa. È curioso, nel senso che suscita curiosità, ma anche che non smette un attimo di chiedere il perché e il percome di qualsiasi cosa. Non è raro che Gauss faccia domande, ma non tutte le domande sono uguali. Certo, intanto vorrebbe sapere perché mai ha per nome il cognome di un grande matematico, e come mai fosse così importante. Però le domande spesso non riguardano il passato, ma il presente: perché la sua amica Angelica si è ammalata e il papà la ha ritirata da scuola? Perché la mamma ha costretto tutti a trasferirsi da un giorno all’altro per inseguire il suo posto da assistente alla poltrona di un dentista? Perché sua sorella Eleonora che è così antipatica da quando è adolescente, ha un ragazzo simpatico come Gabriele? Alcune cose si possono chiedere alla mamma e soprattutto alla nonna, che è così strana, ma anche disponibile. Alcune domande però non si possono assolutamente fare, neanche in una famiglia così strampalata, e creano solo crisi e confusione. Nel libro l’unica, vera e sola tensione è la domanda di Gauss: chi è mio padre? Solo col tempo capirà che per fare domande bisogna avere il coraggio di riceverne le risposte. Ed essere disposti a farsi stupire dallo sbocciare dell’amore, nei luoghi e nei modi più impensabili.

Autore: Silvia Tesio

Titolo: Piacere, io sono Gauss

Editore: Mondadori, collana Omnibus

Pagine: 210

Prezzo di copertina: euro 17,00

ISBN: 8804616148, 9788804616146

Matteo Bum Bum Marano, l’eroe dei precari

Può un giovane precario ricevere la promessa di un’assunzione statale a patto di prestare le sue doti calcistiche nel torneo interministeriale? Sarebbe bello rispondere con un corale no. Sarebbe..

Perché, per un giovane brillante, la ricerca di un lavoro dovrebbe essere diversa da una partita di calcio? Ci sono le stesse cose dietro: preparazione, fatica, talento. Sicuramente ci mette la mano anche il Destino (o come volete chiamarlo). Il problema nasce quando questo Destino s’incarna in un funzionario statale senza scrupoli, che incidentalmente deve mettere la firma sul vostro contratto a tempo indeterminato, le cose si complicano. Ponendosi all’incrocio tra la denuncia delle tecniche di assunzione poco ortodosse degli Enti statali italiani e il romanzo di formazione, Francesco Marocco ci regala la vicenda di un eroe pavido che dovrà lottare per entrare nel mondo dei “grandi”. Un mondo fatto di fatica, lavoro, compromessi, in cui si entra solo facendo i conti con se stessi. Matteo Marano, nonostante la sua giovane età, è già segnato: da una promettente carriera da calciatore stroncata sul nascere, dall’amore per “Miss Sconosciuta”, che rifiuta ogni aggancio per trovare lavoro, dalla passione travolgente per una rampante e spregiudicata giornalista. Ma soprattutto, Matteo Marano non è un eroe dalla moralità limpida e senza macchia: è l’eroe del nostro tempo precario, che inizierà a conoscere se stesso solo quando inizierà a chiedersi, davanti a ogni svolta, chi è e cosa vuole.

Titolo: Mai innamorarsi ad Agosto

Editore: Fandango Libri

Pagine: 270

Prezzo di copertina: euro 15,00

ISBN: 978-88-6044-270-3

Festa d’estate

No, non c’è alcuna vena nostalgica della stagione passata (e già ritornata, a giudicare dal meteo) nel titolo di questo primo post. Cercate pure “Festa d’estate” sul motore di ricerca più famoso del mondo. Suggestionato dal clima, vi terrà aggiornati su tutte le sagre italiane. Ma dovrete spulciare un bel po’ di link prima di trovare un accenno a Remco Campert, uno dei più prolifici e amati autori d’Olanda. Dopo il Diario di un gatto, proposto nel 2011, di nuovo la casa editrice Eliot (a soli cinquantuno anni di distanza dalla prima edizione olandese) regala all’Italia la traduzione d’un romanzo di questo autore. Grazie anche all’azzeccata copertina dai colori forti, siamo subito invogliati a metterlo nella borsa da spiaggia, con tutto quell’arancio, magari sarà anche in tinta con l’ombrellone… Fortunatamente, sarà difficile pentirsi di averlo portato, se non altro per la sua leggerezza (centoventi pagine, se non avete figli urlanti da gestire, durano il tempo di ingurgitare due focacce di Recco, cronometrato al secondo). Basta sistemarsi sul lettino per perdersi nella calda giornata di Mees, Panda e Boelie, i tre giovani che all’inizio del romanzo gironzolano nel parco, incontrando personaggi con cui i loro destini si intrecciano senza un perché, tranne forse il desiderio – comune a tutti – di cercare una vera festa, qualcosa che porti gioia nelle vite loro che procedono senza apparente direzione sensata. Ed è così, girovagando senza meta, che ci troviamo immersi nei pensieri – espressi attraverso giochi di parole, la vera cifra dell’opera secondo il traduttore – della sedicenne Panda, alla ricerca del gusto della vita, così come della neosposa, già disillusa, Etta Zoon. Ultimo nota bene: forse non sarà il libro che vi rimarrà nel cuore in eterno, ma dato che dagli anni sessanta ad oggi non ha ancora perso la sua freschezza, vale la pena dargli un’occhiata.

Autore: Remco Campert

Titolo:”Festa d’estate”

Editore: Elliot Edizioni, Collana Raggi

Traduzione David Santoro

Prezzo di Copertina: euro 16,00

ISBN 978886192273